domenica 31 gennaio 2010

Post #15, giorno 28

Vi sarebbe piaciuto molto. A tutti quanti.

E' andata più o meno così:
Fuori nevica. Tanto, tanto, tanto. C'è mezzo metro di neve, e ci si possono fare i pupazzi. Siamo indecisi se uscire o no. Ma poi qualcuno parla di una casa in centro, una jam session, e qualcos'altro. Ci facciamo trascinare, e in 10 minuti siamo fuori. Nella neve. A giocare come i bambini.
E così si va al centro, vicino Bryggen.
Una casa favolosa. Enorme, in legno. Vi sarebbe piaciuta molto, a tutti quanti.
Il proprietario è un ragazzo che vive qui. Ha i dreadlocks fin sotto le spalle, credo sia africano. Ci invita subito a salire al secondo piano, la festa è li. Parlano tutti fluentemente tre lingue: norvegese, inglese e spagnolo. Sono molto simpatici, e ci sentiamo subito a nostro agio. Si balla per un pò, c'è buona musica. Si mangia dolci fatti in casa, a base di cannella come tutti i dolci qui, e si beve quello che si trova.
Poi la musica finisce. Ci sediamo tutti a gambe incrociate sul grande tappeto al centro della camera. E aspettiamo in silenzio. Arrivano quattro ragazzi, e la festa inizia davvero. Uno alla chitarra, uno al basso, un percussionista. E una voce. Incredibili. Suonano come professionisti, ma lo fanno per passione. Iniziano con un paio di pezzi lenti, poi la musica si fa più convolgente. Ritmi lontani, che percuotono i nostri corpi con violenza. L'unica difesa è ballare. Ballare su quelle percussioni tribali, su quei bassi sud-americani.
Hanno già suonato alcuni pezzi e adesso il microfono passa al percussionita. E' magrolino, bassino, e non ci scommetteresti nulla sulle sue doti canore.
E invece è proprio lì la sua forza. La sua v-o-c-e.
Rimango impietrito.
C'è Jimi Hendrix dentro il suo petto che grida la sua libertà, ci sono i Dire Straits ed Eric Clapton, gli AC/DC e Joe Cocker e Neil Young e anche un pò di Captain Beefheart cazzo!
Vi sarebbe piaciuto. Molto.

Pausa sigaretta. Mi avvicino a quel ragazzo sud americano così bravo a cantare. Gli chiedo se ha un gruppo. Dice di no (!). Dice che ha una "big family". La chiamano così. Sono musicisti da tutte le parti del mondo. Una grande famiglia. E quando qualcuno della famiglia ha bisogno di un musicista non fa altro che chiedere. E così vanno in giro sempre con formazioni diverse, improvvisando, ma facendo invidia ai professionisti.
La musica continua tutta la notte. E si intervalla con altri musicisti. Sul palco sale un ragazzo norvegese. Canta alcuni pezzi rock, totalmente rifatti, reinventati da lui. Li canta con una voce sottile, ma intensa allo stesso tempo. Fa venire da piangere.
E poi ancora, è il turno di una ragazza peruviana, canzoni tipiche delle sue terre. E, di nuovo, una voce assolutamente indescrivibile.
Tutti i migliori musicisti di Bergen riuniti in una casa. Al caldo della musica, mentre i finestroni sul tetto spiovente sono coperti di neve.
Questi ragazzi non hanno bisogno di dimostrare al mondo il loro talento. Non gli interessa. Suonano perchè se lo sentono dentro. Cantano perchè è quello che li fa andare avanti. E preferiscono farlo nei posti familiari, nelle case, nelle piccole feste, con i loro amici.

Ne sono più che convinto. Vi sarebbe piaciuto molto. A tutti quanti.

giovedì 28 gennaio 2010

Post #14, giorno 24

Fermate il tempo!
Qualcuno fermi il tempo, vi prego!
Cosa ci faccio alle 4 del mattino a ballare in una stanza vuota, piena solo di candele e bottiglie finite.
E perchè questa musica? E perchè proprio io?

E' una delle specie più rare. Vengono direttamente dal Madagascar. Li tiene in una scatola di cartone, con due fori sul coperchio. Sono proprio sotto le bottiglie di birra. Non immagineresti mai che sono lì.

Il corridoio è pieno di gente. Gente che fuma, che corre, che fa l'amore. Il corridoio è pieno di birra, anche. Ma quella rimane li, sul pavimento, e sui nostri calzini.

Non so perchè ha tutte quelle piante in camera. E poi ha quella scatola. La scatola degli insetti. Non lo so. Ma mette buona musica. Continuo a muovermi, a dimenarmi come un forsennato, senza nessun motivo. E più vado avanti, e più le mie percezioni ritornano chiare. E già riesco a sentire gli odori, il sudore, la birra, il formaggio norvegese (sempre presente!).

E dalla mia camera sento ancora i bassi che mi fanno risuonare le budella.
Mi guardo intorno. Sono solo. Che fine ha fatto la birra, il sudore, il formaggio norvegese?

E le tue calze rotte?

martedì 26 gennaio 2010

Post #13, giorno 23

Ieri notte, parlando con due ragazze Polacche molto simpatiche, ho scoperto che "si", nella loro lingua, si dice "no". Non nascondo che la cosa mi abbia lasciato un pochettino perplesso, e così mi è venuta in mente una storia. Eccola qua.

C'era una volta un paese. Non è importante dove, sappiate solo che c’era, questo paese.
E nella lingua locale di questo paese, la parola amore e la parola odio venivano scritte e pronunciate nello stesso modo.
Così, quando qualcuno si sentiva dire questa parola, non poteva mai essere certo se era amato o era odiato.
Col passare del tempo l’insicurezza nei rapporti sociali cresceva, e gli abitanti del paese passavano la maggior parte del tempo isolati, chiusi nelle loro case e senza scambiare parola con nessuno. La situazione divenne così drammatica che la sopravvivenza stessa del paese sembrava messa in discussione, non essendoci nuovi matrimoni e, dunque, nuove nascite.
Un giorno, un linguista del posto, propose di cambiare questa parola, sostituendola con due parole differenti. Così organizzò un'assemblea generale, per mettere definitivamente fine a questa bizzarra quanto drammatica situazione.
Ma il caso volle che la parola “sostituire” significasse, nella lingua del paese, anche “disprezzo”. Così, quando il linguista disse di voler sostituire la parola esistente, la platea pensò di essere disprezzata e andò su tutte le furie. La gente iniziò ad aizzarsi contro il povero linguista tirando sedie e quant’altro, finchè, il poverino, non stramazzò al suolo esanime.

It's a hard life folks.

sabato 23 gennaio 2010

Bergen, Parigi, Valencia, Alicante e ancora Bergen.

La cosa che più mi manca di casa è il poter andare via, di casa. Poter correre alla stazione nel cuore della notte e prendere il primo treno per andare lontano. Ma sono già lontano, e quel treno l'ho già preso. Cos'è cambiato? - chiederete voi. Tante cose. Ma nessuna in particolare. Non mi sento più libero. Niente affatto.

E adesso continuo a viaggiare. Anche da solo.

Viaggiare da solo è un'esperienza particolare. Ho detto 'particolare' non triste. Anzi, a tratti è anche divertente. Sei lì, in aereoporto, nella terra di nessuno. Legalmente lontano da ogni giurisdizione. E c'è tanta gente con te, e anche se per poco, hanno tutti il tuo stesso destino.
Strano come il punto d'intersezione delle nostre vite possa essere una scatola di metallo da 2000 tonnellate con le ali.

E così, la mattina del 21 gennaio, per qualche imprecisato motivo, Pietro Cavallo si trova a vagare negli enormi saloni d'attesa dell'aereoporto di Parigi.
La sera dello stesso giorno, sempre per qualche imprecisato motivo, attraversa le porte scorrevoli dell'aereoporto di Valenica e prende il treno metropolitano fino al cuore della città.

C'è a stento il tempo per una doccia.

Cena di gala: trecento persone, piatti grandi ma porzioni piccolissime, pathè d'oca, paella alla valenciana, camerieri che ti versano il vino ogni volta che il tuo bicchiere è vuoto. E poi tanti pesci. Uno dei posti più rinomati della città, proprio sotto l'immensa struttura che ospita l'acquario di Valencia. Un ristorante con le pareti di vetro e migliaia di pesci che ti girano intorno. Senza dubbio impressionante. Come il prezzo d'altronde, che, per mia fortuna, posso solo tirare ad indovinare quale sia stato.
Ed ecco che arriva la prima sbronza spagnola, seduto al tavolo con ricercatori di tutto il mondo. Un tedesco che fa della facile ironia sulla politica di varie nazioni, un francesce che parla più di dieci lingue, un cinese che non ne parla bene neanche una..
E' iniziata così la mia prima esperienza ad una conferenza scientifica internazionale: BIOSTEC 2010 - Valencia.



Tre giorni. Solo tre giorni. Ma tre giorni davvero intensi, pieni di eventi chè si susseguivano senza lasciarmi respirare, compressi come sardine in scatola.
E anche io mi sentivo come una sardina in scatola, compresso in un abito elegante che non sono affatto abituato a portare, e che mi fa sembrare goffo e ridicolo. Ma era l'unico scudo, l'unico schermo fra me e loro. Fra me, e una platea di centinaia di ricercatori, che ascoltavano le mie parole, in una lingua che non è nemmeno la mia.

E poi la città nuova, i palazzi enormi/imponenti/mastodontici/inarrivabili, strutture architettoniche alla guerre stellari, un contrasto importante con la Valencia antica. Quanto lontano devi andare, per vederli per intero?



Ma la bulerìas continua, e la mia sera si perde in una cucina tipica - gestione familiare, paella indescrivibile, vino locale che aiuta i pensieri. Ingrid è una dottoranda francese in storia medievale, parla l'italiano come fosse la sua prima lingua, ma io la prendo in giro perchè lo fa con un accento spagnolo. Serata bellissima, ancora una volta mi sento davvero a casa*.

Torno in albergo, ma non mi va di dormire. E allora mi perdo nella vita notturna con un ragazzo rumeno che condivide la stanza con me. Le ultime ore della notte scorrono via come gocce di un rubinetto lasciato a perdere. Lui, il ragazzo rumeno, parla spagnolo molto bene. Io invece, parlo un ottimo "itagnolo" che da bravo italiano non mi vergogno di sfoderare.

6 di mattina. 6.30 sul mio cellulare, sul mio fusorario. I miei coinquilini dormono. Io vorrei. Ma non c'è tempo. Si va ad Alicante. Si punta il dito verso Bergen.



*Solo una precisazione. Dico spesso di sentirmi a casa, ma quando sono davvero a casa mia non mi sento affatto "a casa". Quindi non assegnate alle mie parole un connotato spaziale, ma cercate di associare questa frase ad uno stato d'animo: il sentirsi capito, l'essere a proprio agio.

lunedì 18 gennaio 2010

Post #12, giorno 14


Non scriverò per un pò. Ho mal di denti. E sapete, quando hai mal di denti è tutta un'altra storia. Vivere, intendo. Non si pensa ad altro che a quando finirà quel dolore, quel martello insopportabile che trapana i tuoi pensieri.
E lo si vede bene anche in quello che scrivi. Ho riletto il post di ieri e ho pensato: "Cazzo, posso leggere il mio mal di denti".
Così per oggi mi limito solo a dirvi che ieri sera ho fatto la prima performance musicale qui a Bergen. Nel club del dormitorio. Abbiamo fatto una jam session e ho sunato con un chitarrista Peruviano, una tastierista Cinese e uno strumentista Norvegese.
Era tanto che non suonavo in pubblico. Mi ha fatto stare bene. Mi sono anche dimenticato il mal di denti. Per un pò.
Ah, per chi proprio fosse curioso, mi sono usciti due denti del giudizio. Proprio così, tutti e due assieme. Ouch.

domenica 17 gennaio 2010

Post #11, giorno 13

La penna fa strani movimenti sul foglio. Scarabocchi, niente di concreto, o almeno è quello che direi. Vedere l'inchiostro arrotolarsi su se stesso, soltanto ghirigori per un osservatore disattento. E invece la colpa è mia, che non ho accesso a quel mondo semantico che si cela dietro i simboli incomprensibili, i simboli che Solimar sta scrivendo in quel momento.
C'è sola una promessa, ma dopo tutto è importante. Io gli insegno a suonare la chitarra, lui mi insegnerà l'arabo.

Eh si perchè poi, alla fine, la chitarra l'ho comprata. Proprio in quel negozietto, quello con i corridoi pieni di oggetti antichi messi alla rinfusa. Ma non avevo abbastanza soldi per comprare anche una custodia, e così vado in giro con la chitarra avvolta in una bustaccia di plastica nera fissata con dello scotch marrone. Non ha una bella apparenza ma almeno fa il suo dovere.

In questo periodo rimango notti intere a parlare con Solimar, il mio coinquilino. Mi chiede consigli sulle ragazze italiane. Su come comportarsi, come apparire. E' divertente, e lo è ancora di più perchè io non sono di certo la persona più adatta.
E faccio lo stesso con lui, gli chiedo delle donne del suo paese, delle loro tradizioni. E allora lo perdono se i miei vestiti sono pregni dell'odore di cucina indiana.
Ma perchè cazzo lascia i fornelli accesi tutto il giorno? Non ne sono sicuro ma credo cucini ogni due ore. Proprio così, ogni due ore fa un piccolo pasto. Fritto, ovviamente, e con tante spezie, così che la casa odora come un fastfood indiano aperto 24 ore su 24.

Stasera l'ho visto anche al club del dormitorio. Sedeva assieme ad altre persone, mentre io ballavo. Credo facessi proprio schifo. A ballare intendo. Lo capivo dal fatto che le ragazze ridevano e mimavano le mie mosse goffe.
Ma io intanto continuavo a ballare incurante, un pò per l'alcol, un pò perchè davvero non mi interessa un granchè di cosa pensano gli altri del mio modo di ballare e di muovermi.

E intanto stanotte, sotto la luce fioca della cucina, che a stento illumina il tavolo di legno, insegno a Solimar come dire ad una ragazza che "ha dei begli occhi". E chi passerà per questi corridoi sentirà un accozzaglia di Urdu ed Italiano, due lingue tanto lontane, che fanno a botte fra loro nella stanza 352, che è anche 350.

sabato 16 gennaio 2010

Post #10, giorno 12





Adesso qualcuno sarà contento.... :)