domenica 9 settembre 2012

Non parto non resto*


Mi sono trasferito.
Sono bastati due giorni, veloci come pugnalate.
Così veloci che non ho avuto il tempo di digerire il cambiamento.
Ho fatto le valigie, ho fimato il contratto, ed eccomi a dormire su un materasso provvisoriamente sistemato per terra, in una camera vuota come lo spazio interstellare.
Un taxi, due ore dopo, mi avrebbe portato in aeroporto, per lasciare di nuovo la Britannia nelle mani della vecchia regina.

Mentre traslocavo una grande tristezza mi saliva dentro. Ho pulito ogni angolo, tolto la polvere, svuotato i cassetti, portato le ultime valigie fuori. E ci sono rimasto anche io, fuori, a pochi centimetri dalla porta della mia stanza, a contemplare la mia assenza.
E' così che è iniziata questa tristezza che non mi abbandona da alcuni giorni. Ho visto il mondo senza di me, e me ne sono rattristato.

Ma, come dicevo, non ho avuto tempo di riflettere, sono scappato di corsa nella notte per tornare in Italia. A Bologna, questa volta, per incontrare un dottore all'ospedale di Reggio Emilia.
La città mi accoglie con amarezza: un tassista bugiardo, un venditore di coltelli, un pianista che suona temi d'amore mentre mangio in una piccola osteria del centro.
Passeggio da solo per le strade, c'è il mercato di notte, le vie sono affollate.
In Italia mi sento sempre a disagio quando cammino da solo, la gente crede tu sia pazzo o abbia grossi problemi sociali. Per questo a volte prendo il cellulare dalla tasca e lo porto all'orecchio, facendo finta di telefonare a qualche amico in ritardo che, ve lo giuro, doveva essere lì già da qualche ora, ma lui proprio niente, chissà quel mascalzone dove s'è cacciato, anche stavolta mi fa aspettare da solo, eh.
E' tutta una vita che faccio avanti e indietro, fra due città, fra due nazioni, fra due idee... Non mi sento più di appartenere a nulla, se non a questo continuo viaggio.
Sono un passeggero che ha comprato troppi biglietti perchè non sapeva dove andare: non scenderò finchè non si sarà fatta sera.



* Il titolo è preso da un quadro di Alighiero Boetti esposto al MAMBO (museo d'arte moderna di Bologna). Il quadro è in verità abbastanza mediocre (secondo i miei gusti) ma il titolo funziona molto bene.

domenica 2 settembre 2012

Il cielo sopra Parker's Piece


Le nuvole aggiungono un tocco speciale alle città.
I cieli noiosi irrigidiscono l'anima. Le nuvole invece scompigliano le idee, ancora meglio quando cambiano forma celermente.
Forse, donano profondità al cielo. O semplicemente lo rendono più vicino, più raggiungibile: più umano.
"Cos'hai fatto oggi?", mi domandate voi. "Sono stato sotto un cielo bellissimo".

(photo taken by Destiny)


lunedì 2 luglio 2012

Happy birthday Nick.


Riesco già ad impegnare le mie serate. Sorprendente.
Di certo non vado in discoteca. No. E allora, pub, concerti, tanta musica dal vivo. Perchè qui è possibile.
E' così che mi ritrovo ad un concerto tributo ad un grande cantautore inglese: Nick Drake. Diversi gruppi si alternano sul palcoscenico, ognuno con una propria reinterpretazione dei pezzi del cantautore. Si va dal folk alla new wave. E il livello è davvero alto. Ma non è di questo che vi parlerò. Dopo una breve pausa infatti, lo spettacolo ricomincia con un ospite speciale. E' un po' impacciato e all'inizio fatica a farsi strada con le parole. Quando capisco di cosa sta parlando rimango allibito.
"Nick era un buon amico" dice. "Ho condiviso con lui un'esperienza molto particolare: la sua prima registrazione".
"Studiavo per diventare tecnico del suono", prosegue, "ed avevo una piccola attrezzatura. Qualche microfono, un registratore multitraccia. Avevo già provato a registrare Nick, per gioco, ma era stato impossibile. Nella sua casa c'era troppo rumore, e lui aveva ancora i postumi della sera prima."
"La prima volta che sentii Nick suonare mi impressionò tantissimo. Toccava la chitarra con una leggerezza divina, e la sua voce si intrecciava con la musica come niente al mondo.
In quei giorni un mio caro amico era partito e la sua casa sarebbe stata vuota per un po'. Così mi decisi ad invitare Nick per una vera registrazione. Cercai di disporre i due microfoni che avevo in modo che uno prendesse solo la voce ed un altro la chitarra. Ma non era quello che lui voleva. Preferiva infatti una registrazione stereofonica di tutto dicendo che sarebbe stato lui capace di bilanciare il volume della voce e della chitarra. All'inizio ero un po' incerto, ma credetemi: sapeva esattamente quello che faceva.
Finimmo di registrare, i pezzi erano davvero molto buoni. Li ascoltai nella stanza più piccola, e quando tornai nell'atrio per congratularmi Nick era sparito. Doveva andare a trovare un caro amico e non voleva che, per qualche motivo, io ne fossi coinvolto. Era fatto così. La sua vita era come fosse divisa in tanti compartimenti stagni, e lui saltava da uno all'altro. Tutti quei compartimenti si aprirono e le persone contenute in essi si conobbero solo il giorno del suo funerale. Quel giorno mi capitò di conoscere persone di cui avevo solo sentito parlare per molto tempo.
Inviai la registrazione ad un amico produttore di Londra, e fu così che la carriera di Nick iniziò. Ma era troppo debole per reggere la vita della rock star, e sapevo che non sarebbe durato a lungo."

domenica 17 giugno 2012

Small talk



Oggi è stata una bella giornata.
Sole, un immenso prato inglese, persone sorridenti. Ma come sono arrivato fino a questo punto? Come ho fatto a conoscere queste persone?
Ripercorriamo insieme gli avvenimenti per capirne l'eziologia.
La chiave di tutto è Couch Surfing. Molti di voi lo conoscono già, non mi soffermerò quindi a spiegare cos'è (tanto c'è sempre Wikipedia). La fortuna è che a Cambridge c'è un gruppo di couchsurfers molto attivi che si riuniscono tutti i giovedì. Cos'altro ho da fare? Ci vado.
E' così che mi ritrovo circondato da più di quaranta persone di ogni nazionalità. Ognuno con la sua storia, ma nessuno che la racconti davvero. Si perchè in queste serate passi la maggior parte del tempo a fare o rispondere alle stesse tre domande:
-Come ti chiami?
-Di dove sei?
-Cosa fai qui?
E' quello che gli inglesi chiamano 'small talk'. Conversazioni informali di piccola entità. E così si parla di come ci si trova a Cambridge, di quanto a lungo si pensa di rimanere, di dove si abita. E tutte le quaranta conversazioni hanno lo stesso stampo. Terribile, direte voi. Essenziale, dico io: l'unico modo per farsi nuovi amici.
[piccolo detour]
La prima volta che sentii parlare di small talk andai subito su internet a cercarne il significato. Così finii su di un blog in cui gli utenti descrivevano la pratica dello small talk e facevano alcune riflessioni molto interessanti. Tanto interessanti e intelligenti che rimasi su quel blog per ore, passando da un thread ad un altro. Tutti gli utenti sembravano incredibilmente colti, e molti la pensavano proprio come la penso io. Mi trovavo 'a casa'!
Ho poi scoperto che era un blog per persone affette da autismo.
[fine detour]
Oltre i vari small talks ho anche avuto qualche conversazione più lunga. Un bulgaro-americano mi ha portato sulle spalle e con una polacca ho parlato di suonare vegetali.
Ho così cominciato a frequentare i couchsurfers e mi sono già ritrovato ad una jam session e ad un barbecue.

Nel frattempo in questi giorni ho anche avuto il colloquio per ottenere il National Insurance Number (l'equivalente del nostro codice fiscale). Ufficio immigrazioni strapieno, e fin qui simile all'Italia. La differenza è che non si sentiva volare una mosca e il mio colloquio è iniziato con una puntualità ineccepibile. Dopo alcune domande e dopo aver controllato tutte le mie carte, la signora che sedeva dall'altro lato della scrivania, gentilissima, mi sorride e dice: "Welcome to England Sir".
Eh già, la gentilezza non è un'abitudine dimenticata da queste parti. A volte è fin troppo formale però. Provate per esempio a prendere un autobus a Cambridge e sedete vicino all'autista. Lo noterete alzare la mano in segno di saluto verso tutti gli altri autobus che passano. Proprio tutti. Alla fine della giornata avrà crampi alle braccia che nemmeno un culturista.

Siccome stasera ho poca voglia di dormire, in questo post ci ficco dentro un altro argomento: le Charities, aka il paese dei balocchi.
Questi posti magici sono piccoli negozi che vendono vestiti e oggetti usati a prezzi letteralmente stracciati. Questo perché i precedenti possessori hanno donato i loro averi ad organizzazioni no profit come la croce rossa, la quale rivende questi beni ad un prezzo molto conveniente, utilizzando il ricavato a scopo umanitario. Semplicemente geniale. Si perché tante persone donano oggetti quasi nuovi ma che semplicemente non usano più. Così puoi trovare di tutto, dai vestiti (ho comprato una camicia ed un cappello!) alle scarpe, ai giochi da tavolo ai dvd ai mobili ai...
Ah, l'Inghilterra: che paiese!

domenica 10 giugno 2012

Business card


È passato tanto tempo, lo so. Vi avevo promesso che non vi avrei lasciato, e invece sono stato in silenzio per mesi. Ma, ahimè, sono stato colpito da una vita monotona e tediosa. Non che sia stata male, anzi. Ho avuto molte ‘felicità’. Ma non mi ha dato grossi spunti per rispolverare questo blog. Niente grossi viaggi, né avventure, né cambiamenti. Fino ad adesso.
Poi, ad un tratto, la svolta: ‘mamma, vado a vivere in UK’.
Faccio i bagagli, ed eccomi lì, mercoledì 6 giugno, sul primo aereo per Londra Stansted. Direzione ultima: Cambridge.
Di seguito vi riporto un resoconto condensato e confuso di questi ultimi giorni, condensato e confuso come le miei giornate qui.
In primis sono stato assorbito dalla frenesia della capitale: una macchina che non dorme mai, il cui ritmo è scandito dal ‘tube’, la famosa rete di vermi che divorano la città.  
Un lavoro interessante e ‘challenging’ mi aspetta, e i primi due giorni passati con Neil Daly mi fanno sperare in un futuro ad alto potenziale.
Trovare casa nella piccola cittadina di Cambridge è quasi facile: la seconda visita è quella giusta. Michele, il mio nuovo ‘landlord’, mi mostra la stanzetta al secondo piano. È accogliente, e poi la casa è una villetta decisamente ‘British’ con tanto di giardinetto annesso!
Nei viaggi Londra-Cambridge conosco Raunak, che ride al passaggio di un treno a vapore. Una bella conversazione da treno. Alla fine mi stringe la mano e mi da la sua ‘business card’. Si perché a Londra SEI la tua business card. Non puoi non averne una, è un po’ come un certificato di nascita, come un attestato della tua esistenza e partecipazione nel mondo. Riduttivo? Pensatela come volete.
A Cambridge la musica dal vivo è di casa, il sabato mi ritrovo proiettato in un ‘basement’ a vedere un bellissimo concerto. Archi, chitarre, pianoforte e voci mozzafiato. Un buon inizio direi.
Adesso, si ricomincia sul serio.

venerdì 13 maggio 2011

Post #20 - Greek-Turkish trip pt. 2: Istanbul

E adesso vi aspettate che sia fedele alla mia promessa. E che quindi vi racconti del mio viaggio durato quasi un mese fra la Grecia e la Turchia. Non credo che andrà a finire così. Non stasera. Non sono nemmeno sbronzo e non ho voglia di riepilogarvi i fatti.
Uhm. Però qualche immagine ve la concedo. Sono uno che si arrende facilmente dopotutto.
Procediamo con ordine, ovvero a ritroso.

Istanbul mi ha fatto uno strano effetto, devo ammetterlo. Pensavo che in una città abitata da dodici milioni di persone ci si sentisse persi, insignificanti, soli; insomma pensavo di sentirmi male. E invece, dopo tanto tempo, ho ritrovato quel senso di calma che ti porta a pensare: "inutile agitarsi: comunque vada, non sei nessuno".
Per prima cosa mi diriggo alla Moschea Nuova. Dentro, pavimenti e mura sono totalmente ricoperti da tappeti con ricami di tutti i colori. E' questo forse che dà alla Moschea un'accoglienza unica, e cala l'ambiente in un silenzio gradevole, non troppo vuoto e non troppo asettico.

Ad Istanbul ho passato da solo la gran parte del tempo. Le mattine i miei amici avevano altro da fare e così mi sono ritrovato in compagnia della mia amata-odiata prima persona singolare. Che tremava, per il freddo inaspettato. Ed ispido. Era un freddo ispido. Però percorrevo sereno le piccole vie piene di mercanti, soffocate dai mille colori delle spezie. Aspettate, no. E' pioggia questa? Si, è pioggia. Cazzo. Mi bagno, tanto, finchè non decido di entrare in un caffè. E' piccolo, ha tutte le pareti in legno e si fuma nargilet. Passo il mio mattino di pioggia leggendo un libro e sorseggiando un ottimo caffè turco.
La sera i locali sono pieni di facce diverse. Non potrai mai conoscerle tutte. I miei amici si orientano bene e mi portano in locali a cui non sarei arrivato da solo. Sono nascosti nei piani superiori di vecchi edifici, irriconoscibili dall'esterno. La vita si frantuma in bicchieri di vetro contenenti i più svariati alcolici.

Siete mai stati in un Hamam? Il così detto "bagno turco". Beh, è la cosa più vicina all'inferno che abbia mai visto. Appena entrato, la temperatura è così alta che fatichi a respirare. Le narici sembrano doverti esplodere di lì a poco. L'aria è rarefatta, i vapori saturano la stanza. Uomini seminudi si aggirano come anime vaganti senza una direzione precisa. Altri sono stesi su un'enorme pietra bollente di marmo circolare, subendo frizioni manuali e fregamenti da energumeni che sembrano insensibili alle temperature del posto. Il soffito a cappella ospita diverse finestre dalle quali una luce netta si proietta in fasci nella foschia della sala.
Esmet è il mio massaggiatore. Per poche lire in più mi mette apposto la schiena in una maniera che erano anni che non mi sentivo così bene. La paura dell'inferno finisce in poco più di mezz'ora. E' incredibile, ma mi sento vivo come non mai.


Sono già passati quattro giorni. Il mio pulman è diretto all'aereoporto Ataturk, quando mi giro verso il finestrino alla mia sinistra e lo vedo. Il Bosforo è lì. Ed è innocuo, indulgente, dotato di una calma innaturale. Come se per contrappasso gli abitanti di una città freneticamente viva, annegata nella fiumana di problemi-obblighi-appuntamenti, avessero ricevuto questo gigante mansueto che riposa tranquillo accasciato sui fianchi della loro terra.
E la mente si perde nel contare i grandi pescherecci che popolano lo stretto. Milioni di punti nel mare. Barche grandi che non fanno paura. Anche loro docili giganti di metallo. Di notte diventano quasi imperscrutabili. Per un momento mi ricordano le galassie: ognuna, apparentemente ferma in un universo elegante, nasconde una vita interiore che mai potrà essere rivelata all'occhio nudo di colui che guarda e sogna.

Quante poesie potrei scriverci sopra se solo mi inventassi poeta?
Credo sette.

venerdì 29 aprile 2011

Post #19, Last act in Istanbul – The voice of Theran

Dell’ultima notte del mio viaggio ho dei ricordi freschi come la lattuga in un Kebab. Per questo, comincerò dalla fine, sperando di non mistificare troppo l’inizio di questo lungo percorso.

Ero in piedi sulla soglia della porta della cucina, era la casa di T, un ragazzo Sloveno conosciuto in Grecia. Fuori dalla finestra due grattacieli dominavano la notte di Istanbul.
M aveva un pigiama corto e si agitava freneticamente passando da un angolo all’altro della cucina. Parlava un italiano inventato, in parte preso dai cartoni animati che guardava quando era piccola. Sua madre, nella sua casa nel cuore di Theran, non le aveva mai insegnato a parlare quella lingua così diversa; aveva fatto tutto da sola, iniziando a riconoscere le parole più semplici per poi, un giorno, sorprendersi di capire perfettamente la lingua dei suoi cartoni preferiti.

Quello che ho fatto l’ultima notte si riduce ad una parola: ascoltare. M parlava senza interruzioni, ed io ero avido delle sue parole. Volevo sapere tutto dell’Iran, di quella terra così lontana.
Sapete, sento di doverle qualcosa, perché le sue parole mi hanno toccato davvero, e mi hanno fatto crescere. Purtroppo, l’unica cosa che posso fare per sdebitarmi è condividere le sue parole con tutti voi, sperando che possa aiutarla nella sua causa di sensibilizzarvi, e che vi faccia cambiare un po’ le idee confuse che avete su un popolo troppo lontano dai nostri cieli tersi.

“Se non avessimo questo governo verrebbe fuori che ci sono più musulmani in Turchia che in Iran”, si appresta a dire. Eh si, perché voi pensate che quella del velo sia una scelta, e che tutti rispettino l’Islam. Questo è quello che sembra se si osserva la prima Theran, quella alla luce del sole, dove per paura della polizia le ragazze si nascondono sotto il burka e non scambiano nemmeno una parola con i ragazzi della loro età.
Ma c’è una seconda Theran. è la Theran underground, quella dove i veli non si sopportano più, dove scorre alcol di contrabbando e si organizzano feste illegali negli scantinati. È la Theran dei giovani che come fantasmi irrequieti non hanno altra scelta che bere e drogarsi al ritmo di un rock’n’roll illegale e liberatorio.
“Breaking the law”, cantavano i Judas Priest. Ma stavolta non è solo un ritornello catchy per adolescenti arrabbiati. Qui, il rock, ha ancora un senso. È ancora sinonimo di ribellione.
“L’Iran è un paese fatto al 70% di giovani, di ragazzi che non ce la fanno più. E primo o poi – dice M - scoppieremo!”.
Intanto si esce per le strade, bevendo un succo di frutta “modificato”. Lo chiamano dog liquor, liquore da cani, perché solo i cani possono bere un intruglio così. Lo travasano nelle bottiglie vuote di succhi di frutta o coca-cola, per avere il brivido di bere guardando uno sbirro negli occhi.
“Non puoi vivere un solo giorno a Theran, senza infrangere la legge almeno una volta”, continua M. Ma il vero problema sono le bugie. E’ da quando sei piccola - mi spiega - che ti insegnano a mentire. Il primo giorno di scuola ti dicono: “Mi raccomando, non dire a nessuno che papà beve”.
“Ma come? Perché?”
“Tu, non lo dire e basta”.
Così un giorno torni a casa e dici “Mamma, oggi una bambina mi ha chiesto se mio papà beve. Io ho detto di no. Sono stata brava?”.

Ma c’è anche un lato “positivo”. O quasi. Ed è il valore delle emozioni.
Se cammini con il tuo ragazzo, nelle strade di Theran, non c’è cosa più emozionante di un bacio. Un bacio? direte voi. Si, un semplice bacio. Perché, se la polizia ti vede, rischi la galera.
E allora quel bacio si trasforma in una scarica di adrenalina di cui voi Europei non avrete mai idea.
È questo il lato positivo. M adesso può apprezzare le piccole cose, andare ad un concerto senza la paura che la polizia faccia irruzione e porti tutti in galera. Poter passeggiare mano per la mano con il suo ragazzo nelle strade di Istanbul. O anche solo e semplicemente il poter camminare per strada e sentire il vento fra i capelli.

La nostra notte continua con un viaggio fra i sapori e le spezie del loro popolo. Quasi mi sembra di averle sotto le dita, di poter sentirne l’odore.
Non voglio andare a dormire. Sono troppo scosso. Eppure sono le 5 del mattino, e la notte buia di Istanbul si riempie delle voci cantilenanti che invitano alla preghiera, lassù, dall’alto dei minareti.

Vorrei solo che un giorno non dovessi più parlare di un paese dove la gente soffre una tirannia subdola e nascosta.
Vorrei solo che un giorno i concerti negli scantinati uscissero all’aperto, e le loro note scompigliassero i capelli delle ragazzine di Theran.

domenica 27 marzo 2011

Post #18

Si, e ora che hai fatto tutta questa sparata del ballo, di cosa parlerai? - direte voi.
Beh - dico io - del mio nuovo erasmus.
Si, ma tu non fai nessun nuovo erasmus.
Ah, è vero... sono un controsenso vivente.
Ma, sapete, ho capito che scrivere è diventata una necessità. Per rendere concrete le mie esperienze, per essere reale, palesare la mia esistenza. Se nessuno ascolta quello che faccio, l'ho fatto davvero? E che senso ha avuto farlo?
Mi sento come un albero che cade in una foresta senza nessuno intorno. Faccio rumore?

Tralasciando la fisica del suono e la psicoacustica - per cui la distinzione fra lo spostamento d'aria e il suono è solo basata sulla presenza o meno di un ascoltatore - la mia paura è anche un'altra: quella di dimenticare i particolari.
Continuiamo a dimenticare parte delle storie che ci sono successe, il tessuto di una poltrona o l'odore di un quartiere di Lisbona. E man mano che andiamo avanti le nostre storie perdono sempre più particolari, la trama si fa sempre meno fitta...
Siamo il riassunto di noi stessi.

Quindi, che vi piaccia o no, ecco il mio riassunto: il solito diario erasmus è tornato.

venerdì 25 marzo 2011

Post #17.5, Niente titoli di coda...

Credo di dovervi delle scuse. Molte scuse.
E' che quando una persona inizia a scrivere un blog si crea un contratto implicito fra la persona che scrive e i suoi lettori. E io, lo so, ho infranto questo contratto.
Vi aspettavate di essere con me quando ho visto la neve sciogliersi e mostrare l'erba verde per la prima volta. Avrei dovuto avvisarvi quando ho fatto un viaggio che mi ha cambiato la vita. E quando mi hanno trovato svenuto su una panchina, voi, avevate il diritto di saperlo.
Eppure le parole non sono riuscite a seguire il ritmo delle azioni; o io sono stato molto stupido.
E' un pò come un imbuto, non so se mi capite. Avete tante parole, troppe parole da scrivere, e volete scriverle tutte insieme, tanto che queste parole si addensano tutte all'uscita del vostro imbuto e si bloccano lì.
Solo ora che i miei sentimenti si sono raffreddati ho trovato la sistematicità di tirarle fuori ad una ad una, quelle parole.

Bene. O forse no, male. Ma comunque è questo.
E ora, che facciamo?
E' un pò come al ballo della scuola quando i ragazzi e le ragazze si osservano da lontano, sistemati in due schiere contrapposte, come plotoni allineati in tempo di guerra. Chi farà la prima mossa?
Io e voi ci osserivamo, ci scrutiamo a distanza. E' venuta meno quella fiducia reciproca e le mie parole possono essere come mine vaganti. Eppure, mi sono avvicinato, ho cercato il contatto.
Vi invito a ballare, accetterete?

martedì 9 febbraio 2010

Post #17, The year of the Tiger

Provateci anche voi. E' facile, lo facevamo sempre da bambini. Appoggiate gli indici alle estremità delle palpebre. Premete un pò e tirate forte verso l'esterno. Ora guardatevi allo specchio. Bene. Adesso sapete com'erano.
Erano tutti così.


La chiave è la tastierista. E' cinese, e milita da tempo nell'organizzazione di eventi come questo. Una di quelle cose a cui i cinesi tengono tanto. Quelle grandi cerimonie piene di musica, giochi e anacardi.
Sono le 4.40. Una macchina di grossa cilindrata mi aspetta sotto il portone. Scendo di fretta (fretta italiana, si intende), con me ho la mia chitarra. Sì, la mia chitarra acustica senza custodia, che son costretto a portare a mano.
Entro in macchina. Sono l'unico con gli occhi occidentali. Quasi mi sento a disagio.
Il guidatore è bassino, sembra giovane. Mi dice di allacciare le cinture. Punta verso l'acquario, il posto è li vicino.
Arriviamo con leggero ritardo. Gunar è già li, che aspetta sul palco con il suo mandolino fra le braccia. Ci sono problemi con i cavi, e sembra che l'acustica non sia un granchè. Pazienza, ci si tira su le maniche e si fa il possibile.
Intanto il tempo scorre, e la serata comincia. La gente inizia a prendere posto. Le luci calano. Silenzio. Dal proiettore arriva un fascio di luce. Sullo schermo scritte incomprensibili, disegni eccentrici in accoppiamenti di colori estremamente kitsch.
Un non-so-cos'è-ma-sembra-un-orso-strabico fa una breve introduzione di quello che sta per succedere.
E' il capodanno cinese. Buon anno della Tigre.


Ve lo immaginate? Salire su un palco ed essere guardati da trecento occhi a mandorla. In uno stanzone grande e buio, addobbato con mille cianfrusaglie rosso-dorate. E noi cinque lì, con gli occhi consumati a dover remare contro una tempesta di flash. Si perchè da bravi cinesi sono tutti con le loro macchinette in mano.
Pensavo alla mole di informazione prodotta in una sola sera. Saranno state scattate almeno 100 terabytes di fotografie... ma questi sono solo numeri, e i numeri, si sà, sono più noiosi delle persone.

Continuo con le persone, quindi. Con noi, in particolare.
E' musica occidentale quella che proponiamo, una band che a vederla non le daresti un soldo bucato (nb: le corone norvegesi sono bucate!). Due chitarre acustiche, un mandolino, un'armonica a bocca e una tastiera dai suoni finti. Questo non è un gruppo, è una caricatura di una banda di paese!
E invece il risultato è più che gradevole, e i cinesi vanno totalmente in visibilio. Alla fine dell'esibizione regalano a ognuno un pupazzetto stile souvenir ristorante cinese. Lo accetto volentieri. E' pur sempre qualcosa da mettere in una stanza ancora troppo vuota.


E intanto i giorni passano in fretta, fra una pattinata sul ghiaccio e una guerra di palle di neve... proprio come in Italia insomma!
La jam session della domenica sera è diventata un appuntamento fisso e tantissime persone cantano e suonano le loro canzoni. Il film del martedì è sacro, e nel weekend non si torna mai a casa prima delle 5 del mattino.
Le cose sembrano procedere bene. Forse qualcos'altro bolle in pentola, ma per ora preferisco chiudere qui.
Un freddo abbraccio dal nord. brrrrrr







giovedì 4 febbraio 2010

Post #16, giorno 30

Ok, lo so, siete stanchi di sentir parlare sempre benissimo di questa città. Ma anche Bergen, come tutto il resto del mondo credo, ha i suoi lati negativi.
Per esempio, la vita è cara. Anzi, di più. L'abbonamento dell'autobus costa oltre 40 euro al mese, con riduzione studenti intendo. E al supermetcato sei costretto a comprare la marca più infima, rischiando di avvelenarti ogni volta, perchè proprio non puoi permetterti di comprare altro. Non parliamo degli alcolici poi. Una birra in un pub può costare anche 10 euro. Si, esatto, 10 euro una cazzo di pinta. E' proprio per questo che abbiamo preso qualche decisione importante nell'ultima settimana.
Io, Tappo, Dario, Andreas e Trystan stiamo facendo la nostra birra. 22 litri di birra fatta in casa, con le nostre mani.
Riposano nella stanza di Tappo, e gorgogliano tutta la notte aspettando di finire la fermentazione.
E' l'unica soluzione qui e, come già accennavo, non siamo i soli a farlo. D'accordo, la qualità non è chissacchè, ma è pur sempre birra dopo tutto.

Ce ne sono anche altri. Di lati negativi intendo. Ma ora sono troppo preso da quelli positivi, mi spiace. Forse tra qualche mese riuscirò a parlarvi in maniera imparziale di questo posto, e scoprirete che, in fondo, non è tanto diverso da tutte le altre città.

Passiamo ad un lato positivo adesso.
Bergen è davvero la città della musica. C'è musica ovunque, e tutti sembrano saper suonare. Ieri sera, per esempio.
Ero in questo posticino vicino il mercato del pesce, un pub in legno con le sedie scomode e i tavoli in penombra. Il mio genere di locale, insomma. E un trio jazz suonava classici in maniera davvero sublime. D'un tratto un tale inizia ad avvicinarsi alla band. Sarà stato un ragazzo sulla trentina, alto due volte me, grasso e sudato, con in mano un boccale di birra unto del suo sudore. Noi rimaniamo in silenzio, ad osservare la scena. Così questo tizio afferra il microfono e fa quello che non ti aspetteresti mai che faccia un personaggio così. Canta. Ma non come un ubriaco o come qualsiasi altra persona normale. No. Lo fa divinamente. Con una voce profonda che ricorda le voci nere del jazz americano. Cazzo!

Rimaniamo di stucco. Tutti quanti.
Con me c'è una ragazza spagnola di madre africana. Scrive su un taccuino. Questa musica la aiuta a vagare con la fantasia, la aiuta a produrre pensieri. E non vuole lasciarli scappare questi pensieri. Così scrive, scrive, e la penna si muove a ritmo della musica, scivolando sui tasti neri e i tasti bianchi del pianoforte, infilandosi fra le dita del contrabbassista, saltellando da un piatto all'altro della batteria e facendosi cullare dalla voce di quell'angelo grasso e ubriaco.
E poi c'è Pavla alla mia sinistra.
E' arrivata da poco e inizia a parlarmi di una cosa stupenda... mi descrive il giorno del suo funerale. Un prato immenso, musica gitana, gente che beve e si diverte. Cazzo è proprio come vorrei che fosse il mio. E poi il suo corpo nudo nella terra. A seguire un antico rituale indiano. Un seme in bocca. Un albero in divenire.
Ve lo immaginate? Essere lì, distesi su un letto di terra, sotto coperte di terra, insomma, terra ovunque. E insetti, e altre cose. E questo piccolo seme nella vostra bocca, che, piano piano, giorno dopo giorno, cresce. E il tuo corpo sono le sue radici. E il suo corpo è il tuo nuovo corpo.
Dicono sia come rinascere. Come se la tua anima trasmigrasse nell'albero.
Non so se lo farei anch'io. Metti che piantano un cactus poi?

domenica 31 gennaio 2010

Post #15, giorno 28

Vi sarebbe piaciuto molto. A tutti quanti.

E' andata più o meno così:
Fuori nevica. Tanto, tanto, tanto. C'è mezzo metro di neve, e ci si possono fare i pupazzi. Siamo indecisi se uscire o no. Ma poi qualcuno parla di una casa in centro, una jam session, e qualcos'altro. Ci facciamo trascinare, e in 10 minuti siamo fuori. Nella neve. A giocare come i bambini.
E così si va al centro, vicino Bryggen.
Una casa favolosa. Enorme, in legno. Vi sarebbe piaciuta molto, a tutti quanti.
Il proprietario è un ragazzo che vive qui. Ha i dreadlocks fin sotto le spalle, credo sia africano. Ci invita subito a salire al secondo piano, la festa è li. Parlano tutti fluentemente tre lingue: norvegese, inglese e spagnolo. Sono molto simpatici, e ci sentiamo subito a nostro agio. Si balla per un pò, c'è buona musica. Si mangia dolci fatti in casa, a base di cannella come tutti i dolci qui, e si beve quello che si trova.
Poi la musica finisce. Ci sediamo tutti a gambe incrociate sul grande tappeto al centro della camera. E aspettiamo in silenzio. Arrivano quattro ragazzi, e la festa inizia davvero. Uno alla chitarra, uno al basso, un percussionista. E una voce. Incredibili. Suonano come professionisti, ma lo fanno per passione. Iniziano con un paio di pezzi lenti, poi la musica si fa più convolgente. Ritmi lontani, che percuotono i nostri corpi con violenza. L'unica difesa è ballare. Ballare su quelle percussioni tribali, su quei bassi sud-americani.
Hanno già suonato alcuni pezzi e adesso il microfono passa al percussionita. E' magrolino, bassino, e non ci scommetteresti nulla sulle sue doti canore.
E invece è proprio lì la sua forza. La sua v-o-c-e.
Rimango impietrito.
C'è Jimi Hendrix dentro il suo petto che grida la sua libertà, ci sono i Dire Straits ed Eric Clapton, gli AC/DC e Joe Cocker e Neil Young e anche un pò di Captain Beefheart cazzo!
Vi sarebbe piaciuto. Molto.

Pausa sigaretta. Mi avvicino a quel ragazzo sud americano così bravo a cantare. Gli chiedo se ha un gruppo. Dice di no (!). Dice che ha una "big family". La chiamano così. Sono musicisti da tutte le parti del mondo. Una grande famiglia. E quando qualcuno della famiglia ha bisogno di un musicista non fa altro che chiedere. E così vanno in giro sempre con formazioni diverse, improvvisando, ma facendo invidia ai professionisti.
La musica continua tutta la notte. E si intervalla con altri musicisti. Sul palco sale un ragazzo norvegese. Canta alcuni pezzi rock, totalmente rifatti, reinventati da lui. Li canta con una voce sottile, ma intensa allo stesso tempo. Fa venire da piangere.
E poi ancora, è il turno di una ragazza peruviana, canzoni tipiche delle sue terre. E, di nuovo, una voce assolutamente indescrivibile.
Tutti i migliori musicisti di Bergen riuniti in una casa. Al caldo della musica, mentre i finestroni sul tetto spiovente sono coperti di neve.
Questi ragazzi non hanno bisogno di dimostrare al mondo il loro talento. Non gli interessa. Suonano perchè se lo sentono dentro. Cantano perchè è quello che li fa andare avanti. E preferiscono farlo nei posti familiari, nelle case, nelle piccole feste, con i loro amici.

Ne sono più che convinto. Vi sarebbe piaciuto molto. A tutti quanti.

giovedì 28 gennaio 2010

Post #14, giorno 24

Fermate il tempo!
Qualcuno fermi il tempo, vi prego!
Cosa ci faccio alle 4 del mattino a ballare in una stanza vuota, piena solo di candele e bottiglie finite.
E perchè questa musica? E perchè proprio io?

E' una delle specie più rare. Vengono direttamente dal Madagascar. Li tiene in una scatola di cartone, con due fori sul coperchio. Sono proprio sotto le bottiglie di birra. Non immagineresti mai che sono lì.

Il corridoio è pieno di gente. Gente che fuma, che corre, che fa l'amore. Il corridoio è pieno di birra, anche. Ma quella rimane li, sul pavimento, e sui nostri calzini.

Non so perchè ha tutte quelle piante in camera. E poi ha quella scatola. La scatola degli insetti. Non lo so. Ma mette buona musica. Continuo a muovermi, a dimenarmi come un forsennato, senza nessun motivo. E più vado avanti, e più le mie percezioni ritornano chiare. E già riesco a sentire gli odori, il sudore, la birra, il formaggio norvegese (sempre presente!).

E dalla mia camera sento ancora i bassi che mi fanno risuonare le budella.
Mi guardo intorno. Sono solo. Che fine ha fatto la birra, il sudore, il formaggio norvegese?

E le tue calze rotte?

martedì 26 gennaio 2010

Post #13, giorno 23

Ieri notte, parlando con due ragazze Polacche molto simpatiche, ho scoperto che "si", nella loro lingua, si dice "no". Non nascondo che la cosa mi abbia lasciato un pochettino perplesso, e così mi è venuta in mente una storia. Eccola qua.

C'era una volta un paese. Non è importante dove, sappiate solo che c’era, questo paese.
E nella lingua locale di questo paese, la parola amore e la parola odio venivano scritte e pronunciate nello stesso modo.
Così, quando qualcuno si sentiva dire questa parola, non poteva mai essere certo se era amato o era odiato.
Col passare del tempo l’insicurezza nei rapporti sociali cresceva, e gli abitanti del paese passavano la maggior parte del tempo isolati, chiusi nelle loro case e senza scambiare parola con nessuno. La situazione divenne così drammatica che la sopravvivenza stessa del paese sembrava messa in discussione, non essendoci nuovi matrimoni e, dunque, nuove nascite.
Un giorno, un linguista del posto, propose di cambiare questa parola, sostituendola con due parole differenti. Così organizzò un'assemblea generale, per mettere definitivamente fine a questa bizzarra quanto drammatica situazione.
Ma il caso volle che la parola “sostituire” significasse, nella lingua del paese, anche “disprezzo”. Così, quando il linguista disse di voler sostituire la parola esistente, la platea pensò di essere disprezzata e andò su tutte le furie. La gente iniziò ad aizzarsi contro il povero linguista tirando sedie e quant’altro, finchè, il poverino, non stramazzò al suolo esanime.

It's a hard life folks.

sabato 23 gennaio 2010

Bergen, Parigi, Valencia, Alicante e ancora Bergen.

La cosa che più mi manca di casa è il poter andare via, di casa. Poter correre alla stazione nel cuore della notte e prendere il primo treno per andare lontano. Ma sono già lontano, e quel treno l'ho già preso. Cos'è cambiato? - chiederete voi. Tante cose. Ma nessuna in particolare. Non mi sento più libero. Niente affatto.

E adesso continuo a viaggiare. Anche da solo.

Viaggiare da solo è un'esperienza particolare. Ho detto 'particolare' non triste. Anzi, a tratti è anche divertente. Sei lì, in aereoporto, nella terra di nessuno. Legalmente lontano da ogni giurisdizione. E c'è tanta gente con te, e anche se per poco, hanno tutti il tuo stesso destino.
Strano come il punto d'intersezione delle nostre vite possa essere una scatola di metallo da 2000 tonnellate con le ali.

E così, la mattina del 21 gennaio, per qualche imprecisato motivo, Pietro Cavallo si trova a vagare negli enormi saloni d'attesa dell'aereoporto di Parigi.
La sera dello stesso giorno, sempre per qualche imprecisato motivo, attraversa le porte scorrevoli dell'aereoporto di Valenica e prende il treno metropolitano fino al cuore della città.

C'è a stento il tempo per una doccia.

Cena di gala: trecento persone, piatti grandi ma porzioni piccolissime, pathè d'oca, paella alla valenciana, camerieri che ti versano il vino ogni volta che il tuo bicchiere è vuoto. E poi tanti pesci. Uno dei posti più rinomati della città, proprio sotto l'immensa struttura che ospita l'acquario di Valencia. Un ristorante con le pareti di vetro e migliaia di pesci che ti girano intorno. Senza dubbio impressionante. Come il prezzo d'altronde, che, per mia fortuna, posso solo tirare ad indovinare quale sia stato.
Ed ecco che arriva la prima sbronza spagnola, seduto al tavolo con ricercatori di tutto il mondo. Un tedesco che fa della facile ironia sulla politica di varie nazioni, un francesce che parla più di dieci lingue, un cinese che non ne parla bene neanche una..
E' iniziata così la mia prima esperienza ad una conferenza scientifica internazionale: BIOSTEC 2010 - Valencia.



Tre giorni. Solo tre giorni. Ma tre giorni davvero intensi, pieni di eventi chè si susseguivano senza lasciarmi respirare, compressi come sardine in scatola.
E anche io mi sentivo come una sardina in scatola, compresso in un abito elegante che non sono affatto abituato a portare, e che mi fa sembrare goffo e ridicolo. Ma era l'unico scudo, l'unico schermo fra me e loro. Fra me, e una platea di centinaia di ricercatori, che ascoltavano le mie parole, in una lingua che non è nemmeno la mia.

E poi la città nuova, i palazzi enormi/imponenti/mastodontici/inarrivabili, strutture architettoniche alla guerre stellari, un contrasto importante con la Valencia antica. Quanto lontano devi andare, per vederli per intero?



Ma la bulerìas continua, e la mia sera si perde in una cucina tipica - gestione familiare, paella indescrivibile, vino locale che aiuta i pensieri. Ingrid è una dottoranda francese in storia medievale, parla l'italiano come fosse la sua prima lingua, ma io la prendo in giro perchè lo fa con un accento spagnolo. Serata bellissima, ancora una volta mi sento davvero a casa*.

Torno in albergo, ma non mi va di dormire. E allora mi perdo nella vita notturna con un ragazzo rumeno che condivide la stanza con me. Le ultime ore della notte scorrono via come gocce di un rubinetto lasciato a perdere. Lui, il ragazzo rumeno, parla spagnolo molto bene. Io invece, parlo un ottimo "itagnolo" che da bravo italiano non mi vergogno di sfoderare.

6 di mattina. 6.30 sul mio cellulare, sul mio fusorario. I miei coinquilini dormono. Io vorrei. Ma non c'è tempo. Si va ad Alicante. Si punta il dito verso Bergen.



*Solo una precisazione. Dico spesso di sentirmi a casa, ma quando sono davvero a casa mia non mi sento affatto "a casa". Quindi non assegnate alle mie parole un connotato spaziale, ma cercate di associare questa frase ad uno stato d'animo: il sentirsi capito, l'essere a proprio agio.

lunedì 18 gennaio 2010

Post #12, giorno 14


Non scriverò per un pò. Ho mal di denti. E sapete, quando hai mal di denti è tutta un'altra storia. Vivere, intendo. Non si pensa ad altro che a quando finirà quel dolore, quel martello insopportabile che trapana i tuoi pensieri.
E lo si vede bene anche in quello che scrivi. Ho riletto il post di ieri e ho pensato: "Cazzo, posso leggere il mio mal di denti".
Così per oggi mi limito solo a dirvi che ieri sera ho fatto la prima performance musicale qui a Bergen. Nel club del dormitorio. Abbiamo fatto una jam session e ho sunato con un chitarrista Peruviano, una tastierista Cinese e uno strumentista Norvegese.
Era tanto che non suonavo in pubblico. Mi ha fatto stare bene. Mi sono anche dimenticato il mal di denti. Per un pò.
Ah, per chi proprio fosse curioso, mi sono usciti due denti del giudizio. Proprio così, tutti e due assieme. Ouch.

domenica 17 gennaio 2010

Post #11, giorno 13

La penna fa strani movimenti sul foglio. Scarabocchi, niente di concreto, o almeno è quello che direi. Vedere l'inchiostro arrotolarsi su se stesso, soltanto ghirigori per un osservatore disattento. E invece la colpa è mia, che non ho accesso a quel mondo semantico che si cela dietro i simboli incomprensibili, i simboli che Solimar sta scrivendo in quel momento.
C'è sola una promessa, ma dopo tutto è importante. Io gli insegno a suonare la chitarra, lui mi insegnerà l'arabo.

Eh si perchè poi, alla fine, la chitarra l'ho comprata. Proprio in quel negozietto, quello con i corridoi pieni di oggetti antichi messi alla rinfusa. Ma non avevo abbastanza soldi per comprare anche una custodia, e così vado in giro con la chitarra avvolta in una bustaccia di plastica nera fissata con dello scotch marrone. Non ha una bella apparenza ma almeno fa il suo dovere.

In questo periodo rimango notti intere a parlare con Solimar, il mio coinquilino. Mi chiede consigli sulle ragazze italiane. Su come comportarsi, come apparire. E' divertente, e lo è ancora di più perchè io non sono di certo la persona più adatta.
E faccio lo stesso con lui, gli chiedo delle donne del suo paese, delle loro tradizioni. E allora lo perdono se i miei vestiti sono pregni dell'odore di cucina indiana.
Ma perchè cazzo lascia i fornelli accesi tutto il giorno? Non ne sono sicuro ma credo cucini ogni due ore. Proprio così, ogni due ore fa un piccolo pasto. Fritto, ovviamente, e con tante spezie, così che la casa odora come un fastfood indiano aperto 24 ore su 24.

Stasera l'ho visto anche al club del dormitorio. Sedeva assieme ad altre persone, mentre io ballavo. Credo facessi proprio schifo. A ballare intendo. Lo capivo dal fatto che le ragazze ridevano e mimavano le mie mosse goffe.
Ma io intanto continuavo a ballare incurante, un pò per l'alcol, un pò perchè davvero non mi interessa un granchè di cosa pensano gli altri del mio modo di ballare e di muovermi.

E intanto stanotte, sotto la luce fioca della cucina, che a stento illumina il tavolo di legno, insegno a Solimar come dire ad una ragazza che "ha dei begli occhi". E chi passerà per questi corridoi sentirà un accozzaglia di Urdu ed Italiano, due lingue tanto lontane, che fanno a botte fra loro nella stanza 352, che è anche 350.

sabato 16 gennaio 2010

Post #10, giorno 12





Adesso qualcuno sarà contento.... :)

martedì 12 gennaio 2010

Post #9, giorno 8

Ho aperto la porta della cucina. Tiziano aveva una grossa teglia di pasta in mano. E' iniziata così questa notte.
La stanza era sovraffollata. Ottanta, forse cento persone, da ogni parte del mondo, tutte riunite in una sola camera. Tutte in una sola cucina.
Sembra strano. Si, pensateci bene, tutti hanno fatto migliaia di chilometri, sono venuti da ogni dove, e alla fine, alla fine del loro viaggio, si ritrovano in una cucina. Il capolinea dei loro percorsi, il traguardo di ognuno di loro, un luogo sacro, legato al più importante dei bisogni primari.
Ed ecco che la cucina viene elevata all'ennesima potenza, viene esplosa in più dimensioni, proiettata su infiniti piani, passando da luogo quotidiano di ritrovo familiare a crocevia di culture e paesi, di gente e di storie lontane, diventando quasi una caricatura della cucina stessa.

E' così che inizia l'"international dinner", una serata piena di luci e colori, facce e accenti differenti, sorrisi e volti divertiti, volti annoiati, volti stralunati, volti ubriachi. Ognuno con il suo bagalio culturale, ognuno con la sua cosa più preziosa: il proprio cibo.
Ora immagina una grande tavola, piena di colori di ogni paese, piena di frutta e spezie esotiche, pietanze orientali e piatti occidentali. E tu non devi fare altro che allungare una mano per entrare dentro una cultura, dentro la tradizione di un posto lontanissimo, irraggiungibile, che solo in quel momento, in via del tutto straordinaria, diventa virtualmente e squisitamente possibile.

Adesso ho la pancia troppo piena per raccontare altro, per dirvi che ho conosciuto tante persone, che ho sentito racconti assurdi, che la cucina stava andando a fuoco, che sul tavolo c'erano dei biscotti terribili nel cui impasto era stato messo il sale al posto dello zucchero e che ci si sfidava a mangiarli, che i tedeschi mischiano la birra con la sprite, e che molti, la prima notte qui, hanno pianto.
Spero di rincontrare le persone che ho conosciuto stanotte. Nel caso, vi farò sapere. Come sempre, che vi importi qualcosa, o no.

lunedì 11 gennaio 2010

Post #8, giorno 7

Oggi non ho voglia di scrivere. Saranno le immagini a parlare per me... Ah, per chi voleva, c'è anche quel negozietto...